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L’anno nuovo e quella linea da tracciare

Commentiamo insieme questo 2024 che sta iniziando, e non nel migliore dei modi

, di Davide Emanuele Iannace

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Anno nuovo, ma vita non così nuova. Il mondo fa il suo giro intorno al Sole come è giusto che sia, ma non per forza le cose sulla sua superficie evolvono così rapidamente. E così, il 2024 si porta dietro i problemi del 2023, tra cui la crisi climatica - a cui possiamo oramai ammettere di esserci affezionati - e il conflitto tanto in Palestina quanto in Ucraina. Se vogliamo restare dentro i confini dell’Unione stessa, eccoci che ci ritroviamo alle porte le elezioni al Parlamento europeo, così come crisi interne ai Paesi membri che sembrano ogni tanto preda di schizofrenie tutte loro.
Abbiamo discusso qualche giorno fa del termine , oggi più che mai attuale con l’inizio del caso portato avanti dal alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ, non la ICC). Non è però questo il momento per trattare tale tema dal punto di vista legale: ci saranno, sicuramente, momenti più giusti per commentare quello che la BBC ha già definito come il “processo del secolo”, che ha effettivamente pochi precedenti nel corso della storia contemporanea. Oggi, invece, vogliamo concentrarci su un certo approccio all’azione che è tanto politico quanto sociale. No, oggi vogliamo darci una riflessione su un certo approccio all’azione tanto politica che sociale. I due recenti conflitti, ucraino e palestinese, hanno aperto delle fratture, o anche solo reso manifeste una serie di incongruenze e ipocrisie che risiedevano all’interno di una società in particolare, quella occidentale. Non soffermiamoci sul fatto che queste ipocrisie siano scoppiate mentre ben più lontano dai nostri confini conflitti e guerre siano continuate ininterrotte in diverse parti del globo, insieme a diversi massacri, tentativi di genocidi e di pulizia etnica da un lato all’altro dei . Nonostante siano scoppiate nuove rivalità è sempre bene soffermarsi a riflettere su quei conflitti e quelle guerre che continuano a verificarsi ininterrottamente in diverse parti del globo: molte di esse sono condite da diversi massacri, tentativi di genocidi e di pulizia etnica da un lato e dall’altro dei diversi continenti ….

Per queste ragioni il 2024 merita di iniziare provando a riflettere su un concetto nient’affatto banale. Lo faremo cercando di spezzare un po’ il tono lugubre che questo pezzo sta avendo perfino sullo scrittore già dalle prime righe con un tocco di puro nerdismo. Lo faremo cercando, attraverso un tocco di puro nerdismo, di spezzare quel tono lugubre che questo articolo ha assunto persino sullo scrittore già dalle sue prime righe. Chi mi conosce sa che sono un grande fan di Star Trek e di tutto il suo senso. In particolare, c’è un film di questa grandiosa serie di fantascienza che ho sempre amato: è il capitolo numero otto dei film, Primo Contatto. Vi salto il riassunto, vi basti sapere che una razza di alieni, i Borg - che non sono svedesi -, che mira alla perfezione biologica e tecnologica vuole ottenerla assimilando all’interno della propria mente alveare qualsiasi altra cosa ci sia nella Galassia, tenta di viaggiare indietro nel tempo per eliminare la sua minaccia più grande, la Federazione Unita dei Pianeti. Per i lettori federalisti, la Federazione è un po’ come la Federazione europea, ma con tanto di alieni. Ecco, durante il film succedono cose, e in un pezzo particolarmente potente del film il protagonista, il capitano della nave Enterprise, Jean-Luc Picard, dice una frase importante: I will not sacrifice the Enterprise. We’ve made too many compromises already. Too many retreats. They invade our space and we fall back. They assimilate entire worlds and we fall back. Not again! The line must be drawn here… THIS far, NO further.

Ho deciso di lasciarla non solo in inglese, ma con un buon Caps Lock che serve a far capire la rabbia che viene espressa nel corso della frase. Il concetto su cui mi voglio soffermare qui, è quello della metaforica linea da disegnare, e da non sorpassare. È il limite, il confine dietro cui non è possibile arretrare ulteriormente, quello per cui non si può scendere a compromessi né tanto meno dialogare. È il punto cardine, il centro - metafisico, fisico, ideologico - che non si può trascendere ulteriormente.

È una cosa che le destre, specialmente le estreme nazionalistiche destre europee e occidentali - ma non solo loro, in generale i regimi totalitari o autoritari che siano - riescono molto bene a fare. È quello di creare un cuore, un concept al cui centro esistono una serie di fattori, irriducibili e assolutamente non scardinabili, ideologici, ma assolutamente centrali all’interno della loro retorica. Non è diverso dall’estremismo di sinistra, a dire il vero. La presenza di concetti basilari e centrali come la rivoluzione, l’estirpazione di un dato sistema, sono cardini ideologici intorno cui la discussione non esiste. È il grande vantaggio delle ideologie estreme, in qualsiasi lato della bilancia esse pendano. Esiste una linea oltre la quale non è possibile andare, che diventa motivo di scontro - e spesso di morte per il nemico, qualunque esso sia. Ma dà anche una considerevole forza a qualsiasi movimento perché la Fede, con la F maiuscola, che si genera intorno dei concetti cardini è diciamo abbastanza fanatica. L’ISIS lo ha dimostrato ampiamente, così come le Brigate Rosse, ma l’elenco è lungo: è inutile continuare. Il problema, almeno in questo pezzo, non è che gli estremisti vivano come è noto intorno dei concetti cardinali che fungono da stelle polari. Il problema è che il mondo “moderato”, ce lo faremo bastare in mancanza di altri termini ad ora disponibili, difetta di un uguale posizionamento, almeno in apparenza. Manca di una linea dietro cui rifugiarsi e dietro cui non ritirarsi ulteriormente. Manca di una linea che sia in qualche modo dimostrativa di una linea, di una politica, di una ideologia laddove necessario. Anticipiamo, non si vuole affermare che ci sia bisogno di più estremisti. No, al contrario, c’è bisogno di persone convinte che non ci sia futuro se non in una serie di elementi importanti e necessari, racchiusi sotto l’etichetta di diritti umani, sociali, politici. È una etichetta vasta, ma nessuno ha mai anche specificato che quella linea debba essere piccola e sottile.

Non che manchi perché davvero non esista. Al contrario, abbiamo appena nominato una serie di elementi - i diritti prima citati - che hanno rappresentato e che ancora rappresentano il modus vivendi dei moderati, dei liberali, dei social-liberali e così via dicendo. Eppure, quello che viene tristemente fuori nel dibattito pubblico e politico sembra quasi essere che le posizioni dei moderati non siano di valore, o che siano indebolite dalla sua tormentata storia nell’affrontare una serie di problematiche sociali ed economiche che spesso si sono susseguite. Eppure, la grande differenza tra il mondo dei “moderati” e il resto, è che il mondo di questi ultimi può accettare il cambiamento al suo interno, rinnovarsi, ed adattarsi. Abbiamo ulteriormente perso di vista quanto è importante vivere all’interno di un sistema che possa davvero comprendere l’Altro al suo interno senza che questo debba diventare di fatto un suddito, o cambiare la sua natura per adeguarsi.

Un adattamento che però non deve mai superare quel piccolo confine che è l’insieme dei diritti. Ed è qui che risiede il cuore del problema del mondo contemporaneo. Siamo arrivati a mettere in discussione quella linea, quell’unica linea, perché abbiamo sovrapposto altri invalicabili cuori ideologici, e perso di vista il motivo per il quale fin dal XIX secolo ci si è battuti per un mondo liberale - imperfetto, ma che almeno inserisce al suo interno i semi per cambiare e adattarsi. Ma che proprio nella sua capacità dialettica continua, nel suo chiacchiericcio, nasconde la sua debolezza e anche la sua forza. Il problema dei regimi autoritari, ma anche in generale della violenza, calza a pennello. Guardiamo al mondo di oggi. È una realtà multipolare, dominata da una ideologia precisa, quella del finanza-capitalismo neoliberista. Questo vuol dire tante cose, tra cui una che a volte è banale, ma nemmeno tanto: non siamo dinanzi al capitalismo che Marx aveva dinanzi, né al sistema economico che teorici come Smith avevano in mente, o anch’essi dinanzi allo sguardo. Siamo davanti un sistema che sembra avere una moltitudine di forme, capace di diventare americano, ma anche cinese, nigeriano, indiano, russo. Un regime che si considera comunista come quello cinese ne ha presi i pezzi che gli servivano per reggersi e li ha adattati. Il mondo arabo sfrutta e si rinforza grazie ai petrodollari e le potenze in ascesa, come l’India, sono ricche di una classe capitalista - e spesso, casta - che tra una visita al tempio e l’altra si dimena nel mercato finanziario. E quello di cui sicuramente molti hanno coscienza, è che questo sistema è fondamentalmente “illiberale”. Illiberale nel senso che per quanto possa anche mascherarsi come un sistema assolutamente liberale, non lo sia per niente. La riproduzione della ricchezza perennemente all’interno di un circolo chiuso, lo sfruttamento delle risorse in maniera non congeniale a un sostenibile sviluppo umano, trascende i confini nazionali ed è un problema tanto cinese che americano, per dire le due nazioni che oggi più che mai rappresentano una parte di un problema che va coinvolgendo quasi tutti i continenti, meno Artico e il suo socio Antartide. È soprattutto illiberale nel suo impedire agli umani di sviluppare il proprio potenziale al netto del sistema dominante e delle sue costrizioni, al potersi adattare a sistemi autoritari e farci affari – e qualcuno dirà, quando mai non è successo? E, ancora più affascinante, è che la sua ipocrisia - lo spirito di libertà che poi tale non è - è compensata dall’ipocrisia dei sistemi cosiddetti “alternativi”. Il comunismo cinese ha le caratteristiche imperialiste di un capitalismo americano, così come la Russia federale, che pur si fregia ancora delle vecchie effigi sovietiche, non è che l’insieme della volontà di potenza che si spinge a invadere i suoi vicini per consolidare la sua “area vitale”. Non che spesso gli attori regionali siano in qualche modo migliori, anche nel loro piccolo. Iran e Arabia Saudita hanno condotto per oramai quasi un decennio un conflitto proxy in Yemen pur di veder vincere la parte a loro favorevole, con il costo umano - ancora oggi presente - che tutti abbiamo ben noto. E anche gli attori che in qualche modo si considerano “alternativi” al sistema dominante, sono di fatto pronti a fare a scambio tra la lotta contro il dominio e il loro appoggio spesso a gruppi assolutamente in rotta di collisione con quell’utopia che vorrebbero costruire. La loro linea, se c’è, non è tanto favorevole alla sopravvivenza. Da un lato, è sicuramente colpa del fatto che le utopie raramente incontrano il favore della realtà. Pensiamo agli ambientalisti tedeschi, che nella loro opposizione al nucleare hanno spinto alla chiusura sì delle centrali a fissione, ma alla riapertura di quelle a carbone e simili, per il motivo che un paese non si regge senza energia nel mondo contemporaneo. O pensiamo a chi appoggia Hamas nella sua lotta antimperialista e anticolonialista, scordando che il gruppo ha scritto nero su bianco che è l’eliminazione dei suoi vicini lo scopo ultimo del suo lavoro, e che lotta con alle spalle l’Iran, uno stato che ha fatto della battaglia alle libertà delle donne un cardine della sua politica. Ma anche chi appoggia l’Ucraina, nella sua lotta per la libertà, ma non i palestinesi nella propria, ugualmente giusta, lotta per uno stato indipendente e soprattutto sovrano. Il mondo è sempre un pelo più complesso di come potrebbe sembrare e spesso dietrologie e ideologie si devono schiantare contro le verità, politiche ed economiche, o anche storiche e culturali, del complesso mondo del secolo XXI. C’è però qualcosa che si può fare, ed è quella di darsi una linea, di disegnare il punto dietro cui non si può retrocedere, a costo di sembrare testarde capre di montagna pronte a rimanere sul proprio cucuzzolo a ogni costo. Dirsi che per esempio il rispetto dei fondamentali diritti umani e sociali di ogni essere umano è la linea dietro cui non bisogna assolutamente andare, quel minimo sindacale per una buona condivisione del pianeta, vuol dire avere sufficiente coraggio da criticare gli Stati Uniti per come trattano il problema del confine meridionale, ma lodarne il sistema capace di accogliere al suo interno istanze di cambiamento. Vuol dire criticare l’Unione Europea, così come la Russia, e la Cina, Israele, e Hamas, il vicino Egitto, il meno vicino saudita, gli Houthi, l’alleato iraniano. Oppure si può tranquillamente scegliere un approccio più pragmatico ed essere pronti a sporcarsi pur di vincere la battaglia contro un fantomatico nemico, nonostante perfino pensatori come Foucault abbiano dovuto ammettere come spesso prevedere il futuro possa portare a effetti nefasti sulle proprie buone intenzioni nel presente. Foucault nel ’78 fu un grande sostenitore della Rivoluzione iraniana, senza poter capire che quella che sperava fosse una “nuova modernità” non era altro che l’ennesimo sistema reazionario che prendeva piede sotto lo scudo di altre, più giuste, battaglie. Ma eccoci, anche qui, a emanare sentenze in qualche modo giustificate o meno che siano percepite. Ovviamente, questo non vuole essere un pezzo di verità assoluta. Forse quanto fin qui detto è completamente e inesorabilmente sbagliato. Oppure, forse, non lo è. Però nelle intenzioni dello scrivente vuole esserci una traccia per il federalismo europeo, almeno per come lo si vorrebbe costruire nel futuro prossimo. I principi liberali, quelli che uscirono fuori dalle profonde riflessioni del XIX secolo nella sfida contro i sistemi conservatori e reazionari, e che pur diedero vita alle rivoluzioni ben prima di anarchici e comunisti, sono ancora oggi validi. La possibilità che ogni umano sia tale in quanto libero di esprimersi, pensare, amare, agire è ancora oggi un insieme di principi che dovrebbero essere cardinali nell’opera politica. Personalmente, mi sono sempre sentito più vicino al social-liberalismo per il semplice motivo che, forse, l’azione umana non sia sempre disinteressata e che certi gradi di controllo il sistema pubblico debba mantenerli per assicurarsi che servizi fondamentali, come educazione o sanità, siano saldamente ancorati al principio del pubblico servizio e non del privato profitto. Non che sia un sistema perfetto nel suo realizzarsi. Nessun sistema lo è. Il comunismo è diventato stalinismo o maoismo ma è stato anche interpretato da Pol Pot, così come il liberalismo ha dato vita al neoliberismo dei colonnelli argentini. Rimane però un sistema su cui si può lavorare senza dover eliminare chi la pensa diversamente. E sicuramente, è qualcosa a cui aspirare per il futuro, anche per combattere le innate ipocrisie di sinistra e destra. Sono le ipocrisie del realismo, sfortunatamente. Appoggiare un regime oggi per garantirci la libertà nel paese X. La disposizione a sfruttare le risorse di paesi africani per sostenere la rivoluzione ecologica di cui tanto abbiamo bisogno. Il combattere il capitalismo senza se e senza ma, appoggiandosi a sistemi reazionari o dittatoriali posti come esempi di alternativa politica. Bisogna ricordarsi di tracciare una linea, anche per la futura Federazione Europea, da non tradire, con cui non scendere a compromessi. Il che vuol dire, già oggi, non scendere a compromessi solo perché strategicamente, politicamente o economicamente conveniente. Si può vivere con un contratto della difesa in mano con i cinesi o gli israeliani. Ma vogliamo davvero costruire, e pensare, al futuro europei con già i nostri principi sottomessi alle medesime logiche di ieri?
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