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Unione Europea: Osservatrice silenziosa della Guerra Mondiale a pezzi

Torniamo a parlare dei conflitti in ambito globale e del ruolo dell’UE

, di Paolo De Gregori

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Fonte: Photo by Jakson Martins:

Il 18 agosto 2014 Papa Francesco ha coniato un’espressione molto potente, ovvero la “terza guerra mondiale a pezzi”. All’epoca, soprattutto a noi europei, poteva sembrare un’esagerazione, una formulazione anacronistica usata per metterci in guardia da possibili minacce future, ma in un futuro così distante da non destare nessuna preoccupazione alla nostra generazione. Del resto, la guerra era qualcosa di lontano, che colpiva quei Paesi del terzo mondo. Una cosa di cui si sentiva parlare ogni tanto al telegiornale, ma di cui non siamo mai riusciti a capire in pieno la portata e la gravità, in quanto distante geograficamente e culturalmente.

Il Papa però aveva ragione. Il mondo è costellato di conflitti e di guerre, e in questi ultimi anni ce ne siamo accorti anche noi europei. Ci siamo risvegliati da un lungo letargo geopolitico, durato più di vent’anni. E ci siamo resi conto che il mondo è cambiato più velocemente della nostra capacità di adattarci alle nuove sfide che ci poneva di fronte.

In questo scenario appena descritto, che ruolo sta avendo l’Unione Europea? Innanzitutto, la guerra in Ucraina ha mostrato al mondo la mancanza di una politica estera comune dell’UE, che non ha avuto il potere diplomatico di prevenire l’invasione russa. I singoli leader europei al lungo tavolo bianco del Cremlino hanno avuto poca deterrenza di fronte alla volontà di Putin. Qualcuno potrebbe obiettare che dallo scoppio della guerra (quando comunque ormai il danno era fatto) c’è stata una sorta di unità per quanto riguarda i pacchetti di sanzioni da applicare. A questa affermazione si può rispondere che le sanzioni sono state troppo lente e soprattutto al ribasso, tanto che si può ormai dire che l’efficacia è (ed è stata) pressoché nulla. Così come elaborate dall’Unione, non hanno fatto altro che alimentare ancora di più il nazionalismo russo e il sentimento anti occidentale dei Paesi del c.d. “Sud globale”, senza intaccare in maniera determinante l’apparato bellico moscovita o la sua economia. Inoltre, la presunta unità dimostrata nell’approvvigionamento energetico dopo le sanzioni alle fonti russe è andata nella direzione sbagliata. Il maggior sforzo si è concentrato sullo stipulare accordi per renderci ancora dipendenti da altri paesi autocratici e con poco rispetto dei diritti, tra cui l’Azerbaijan. Non è un caso infatti che l’UE non abbia minimamente pensato di sanzionare il Governo di Baku dopo la palese operazione di pulizia etnica compiuta lo scorso settembre nelle regioni del Nagorno Karabakh. Ma c’era da aspettarselo. D’altronde, il rispetto della tutela dei diritti umani, sancito dall’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea, e che secondo l’articolo 3 deve guidare l’azione esterna dell’Unione, è sostanzialmente opzionale per i Paesi alleati del fronte occidentale o quantomeno utili dal punto di vista strategico (ogni riferimento alla Tunisia e alla Turchia per la questione migratoria è puramente voluto).

E questo discorso porta di conseguenza anche a parlare del conflitto in Palestina. L’UE è riuscita a fare una figuraccia diplomatica, con le dichiarazioni di von Der Leyen, poi smentite da Michel e poi riformulate da Borrell. Un groviglio istituzionale che rispecchia pienamente la confusione di ripartizione di competenze in politica estera tra Consiglio e Commissione. Ma soprattutto, questo scompiglio ha mostrato come ancora una volta ci sia una divisione che paralizza qualsiasi possibile intervento di mediazione e peace building.

Ed è così che, schierati (obbligatoriamente) a fianco degli Stati Uniti, verso i quali abbiamo una relazione di subalternità più che di alleanza, osserviamo le potenze emergenti approfittare della situazione di anarchia internazionale per provare ad aumentare la loro influenza geopolitica. E lo fanno utilizzando uno strumento che più di tutti dovrebbe appartenere a un’organizzazione come l’UE nata come risposta alle guerre mondiali, ovvero la mediazione. Abbiamo visto ad esempio la Turchia essere la principale promotrice dell’accordo sul grano tra Russia e Ucraina e, sempre sullo stesso fronte, l’Arabia Saudita, che ha fatto da tramite per uno scambio di prigionieri e che ad agosto ha riunito i Paesi del Sud globale, compresi i BRICS, per aprire finalmente un dialogo sulla proposta di pace ucraina. In questi giorni, invece, stiamo assistendo alla (presunta) forza di negoziazione del Qatar, che sta cercando di far dialogare Hamas e Israele, quantomeno per quanto riguarda gli ostaggi. Queste sono tutte azioni che hanno come scopo principale l’aiuto umanitario in tempo di guerra, e che solo Paesi veramente neutri e autonomi politicamente possono portare avanti. Dovrebbe essere l’Unione Europea, secondo i Trattati istitutivi, a lavorare per questi obiettivi, a cercare il dialogo (anche con la Russia) e a far rispettare i diritti fondamentali, anche e soprattutto nei confronti dei propri partner commerciali.

Insomma, l’assenza di una politica estera comune ci rende ininfluenti per qualsiasi questione di high politics internazionale, perennemente schiacciati da USA e Cina (si parla già di G2), e con un’autonomia strategica altamente limitata. Come si può, in queste condizioni, promuovere i valori della pace e della solidarietà? E come possiamo essere un ponte di dialogo, un punto di raccordo tra le varie culture e zone geografiche, se ci schieriamo a priori con gli USA? Senza una netta azione esterna, orientata verso un paradigma della sicurezza umana, e quindi collegata al rispetto dei diritti umani, l’Unione non ha futuro, e sarà per sempre soltanto un satellite dell’America del nord, in un clima di rinnovata e più pericolosa guerra fredda.

La riforma dei trattati si rende quindi ora più che mai necessaria, per non rischiare di arrivare ad un punto di non ritorno. Il federatore esterno (si potrebbe dire che ce n’è più di uno) è ben presente in questo periodo storico; sfortunatamente ciò che manca è il federatore interno, una personalità politica che abbia il potere e l’influenza necessari per alimentare il cambiamento. Il Parlamento Europeo ci sta provando, ma come la storia ci ha insegnato questo non basta. Toccherà alla prossima presidenza del Consiglio UE (Belgio) darsi da fare per portare avanti una riforma ormai inevitabile.

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